una vita semplice

una vita semplice
è attendere la fine
con dedizione
e finta celata
preparazione.
un allungo discreto
rispettoso dell’altro.
o forse no.
la carne non vale
un soldo bucato
il rispetto è merce
e tutti son troie
dedite al merchandising:
nelle fabbriche
di più negli uffici
e giù, fino in fondo
nei cimiteri i becchini
sudati, con escavatori
a fare il grosso.
una vita semplice
senza lamentarsi
nemmeno se ti schiacciano
sotto suole di nera gomma
tenere bassa la testa
facendo il democratico
liberale liberista atlantista.

vita scritta

dietro ad una buona scrittura
c’è un costante sotterraneo lavorio
incessante tirar via
focalizzando e dimenticando
e c’è quel lavoro di merda
inscatolare cibo per cani
pulire i cessi degli impiegati
fare il socio di una finta coperativa
fare ore e ore di straordinario
pagato poco off course
è che non sei costretto
ma se non lo fai ogni sabato
quando il caporeparto te lo chiede
con le buone occhi duri imploranti
allora ciao ciao, torna al centro dell’impiego
dove non ti guardano neanche in faccia
perchè anche la loro è sparita
e no, il reddito di cittadinanza è una truffa
non vorrai mica che paghiamo
la gente che non ha voglia di fare un cazzo
dalla mattina alla sera davanti alla tv
o a smanettare le macchinette nelle tabaccherie
gratta e vinci e enalotto
e poi ci sono i morti cementati
carbonizzati, contusi, spappolati
e a qual punto pensi alla pensione
che non avrai mai
ai ciclopici debiti dell’inps
ereditati da uno stato
che non fa il mestiere suo
si dimentica dei figli e dei padri
ed è allora, in quel preciso momento
dopo forse dieci ore di lavoro
stanco affranto sudato incazzato
vorresti scriverle davvero
quelle parole che mancano.

fine vita

il fine vita
pare una gita
ma si fa da soli
non si scherza mica
di vita questione
o di morte oppure
di sorte: destinarsi
ad affari migliori
nell’altro mondo
che poi c’è soltanto se ci credi
per non crepare di dolore
digrignando i denti
ululando come un animale
in calore. il dolore
è il vero detrattore
dell’energia vitale
ed io vorrei andarmene via
in silenzio sereno incolore
come nelle mani il sapone
scivolando sarcastico burlone.

lavoro e vita

s’esige il lavoro
per dignità e costrutto
che in pochi anni
divien privazione e lutto:
il lavoro pesante del metallo
dell’estrazione, è il bandito
che c’ha chiesto il dito
ed ora si piglia tutto:
nonni figli nipoti
timorati di tumori
eroi del lavoro
vengono sepolti in molti
salme col diritto
il pugno alzato
anche a quarant’anni.
lavoro, lavoro, lavoro.
la vita è sacra
non il lavoro:
se lo tengan loro.

sala la vita l’ottimismo

non possiamo piangere
dobbiamo gioire
sguainate le trombe
marcia trionfale
non possiamo disperarci
sui muri di cemento
che infiammano il tormento
nelle periferie grigie
coperte di fuliggine
le grondaie stitiche
dobbiamo essere felici
ottimisti, nessun piagnisteo
andare camminare lavorare
la libertà è partecipazione
mica andando in stazione
guardare i treni arrivare
sputando veleno sull’asfalto
un rovello inascoltato
osservando le teste della gente
sui vagoni veloci
una vale l’altra
uomini e donne
numeri d’un oroscopo
senza scopo
sforziamoci d’essere bravi
godete gongolate esultate
cittadini operosi e realizzati
siamo felici per sempre
e consegniamoci finalmente
alla radiosa eternità.

artevita

quanta luce resta occulta
quanto viceversa buio
dai nostri occhi emaniamo
dalle bocche fradicie di fiele
l’umanità non è arte e al contrario
i più marci e gretti compongono
sublimi sinfonie, creano angeliche
perorazioni, è luminosa bramata
redenzione, tuttavia nessuno si salva:
l’arte la puoi anche metter da parte, vita no
alla fine devi per forza farne farse.

la rima

pierluigi dice
che la rima mi piace
ed io la uso certo e assai
perchè celere
mi faccio capire
senza troppo dire:
intendo che alla lettura
il mento va su e giù
come il pensiero in altura.
par così della vita
non aver più quell’orrida
raggelante paura.

carezzevole la vita nostra

non crediamo alle favole
tutto ha prezzo
e non si dedica a te
tutto il logorio
anche se
i muri hanno orecchie
ed il rumore di fondo
può azzoppare un fonometro dolce.
il fondo scala
parla di saturazione
e rimpianto: ma non tutto
il male
giunge al cuor del nuocere.
che la sicurezza miete
e la stagione forse premia.

vita, morte, miracoli

duramente credo

armo mani

disarmo inerme,

gioco, insegno

ingaggio, fraseggio

per mercanzia

di cuori e

ragionamento rapido

logica che bene o male

ci rende carni pensanti

armati dementi

disarmati credenti

e

nel buio spalmato nel tempo

che pare in anni inultimato beato

accecante vampa-

taluni brevi lampi

come rinascita

esaltazione, furtivi ingaggi

del bello:

nella tempesta

carburante unico

per la nave.

 

scalmane autunnali

senti l’odore

di questa stagione

è passato ardore

nostalgia, stantio

di dolce, rapa,

canna da zucchero

tuberi, sudore.

ottobre

nuovamente

marcescente

vita

che da morte

viene.

.

i sassi nella testa

ma nella testa che c’hai, i sassi?!
così gli urlava ad un centimetro dal naso,
sputacchiando, l’amichetto. poi si ricominciava
colle bugie, i finti baci, le sciocchezze stupidine
a pochi passi, per le ragazzine -candide,
fresche come neve, vita nuova, promessa.
la gioventù l’ho vissuta anch’io così a tratti,
sincopi: ceffoni, cadute, spintoni, ginocchia sbucciate,
sanguinanti torrenti ed ematomi silenti.
lacrime di coccodrillo, urla pungenti, esagerate
roventi, pandemoni massacranti e silenzi
avvolgenti. quel bambino non aveva un intelligenza
brillante quasi certamente, non si meritava
per nulla al mondo quel trattamento infame-
così simile a noi, agli altri prima:
non eccelleva, mediamente a galla come la pulce
sull’acqua, ma la pulce sull’acqua danza ed io
ho scritto questo per fare ugualmente
ricamo di gioia, senza rimpianto.

augurio estivo

s’intreccia una freccia

un’altra dietro questa

fine che non finisce

dolore che sfinisce

.

ho pensato alla pace eterna

come ad una chimera

ruota deludente

logica svilente

.

ora che mi sono tolto le scarpe

ed i calzini umidi

mi sono ricordato che non c’è scadenza

continuandola la vita

allungherai la sua

quel tanto che basta

per non vergognartene.

repetita iuvant

mentre la vita continuamente s’incrina
attanaglia la stretta sulle cose e umori,
stretta che non lascia scelta, inchioda
al repetita iuvant. dannata verba volant:
mescolo e scolo i colori: dal grigio topo
al rosso fuoco, nell’infinito il ritorno al noto.

opposti estremismi

basterebbe così poco
per vivere tanto.
non v’è luce al largo:
lontano il faro
lontano il centro
fuori la scena
la mano trema.
invece
spiaggiato sul lato
troppo vicino
così dentro
per l’insieme:
non v’è respiro ampio
elegante cavata.
nel mezzo
possibilità a ventaglio,
manierismi, colpi
di genio, eleganti sofismi
slanci, pinzillacchere,
battimenti… pentimenti.
basterebbe
così
poco.

viventi e bisbiglianti

nessun uccello ci crede
vivi. mattino. presto. volano via
i propositi. la voglia vola via-
voglia di comunione nel dolce
soffice basso clamore.
evita la vita, il suo
profilo alto. discrezione. se
t’alzassi sempre
sembreresti mai cresciuto.

orso

non chiosa la vita
dopo il lutto
ricama nuova,
riceve esclama
a sussurri di grida
incede reclama.
in barca me ne vò
sul rivo dolce-
acqua salmastra
che il silenzio mi chiama,
m’adorna di spazi
ricamando
assenza di suono,
un orso – beato sono.
più facile
pareva all’andata
senza la deriva stretta
ma ora ho una calma strana,
scendo nella profondità lieve
metto la palandrana.