poesia yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: febbraio, 2015

stella

non dormi mai, ti corichi alle 5 alle 6

sento il calore del tuo corpo

solo al mattino presto. questo

mi ricorda di te:  tepore di carni

canto tenue dei passeri

dei merli, non preoccuparti:

non basterà

per dimenticarti-  in alto

di slancio, ti tengo

come fiaccola nell’oscurità

anche se non viene meno

il coraggio

ed ho sempre nelle orecchie

passi tuoi di femmina.

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lavare colla pioggia

la pioggia scende lenta, il colore dominante

grigio, plumbeo, uggioso scarabocchio

piovano. come noia ed il sapone affranto

delle stoviglie, tutte cose oggi piangono:

meno i corpi, perché protetti, mancano

all’appello del tempo, l’attimo, forse poche ore

di latenza. che sembrano tutta una stagione

di cambiamento o null’altro. tutto fermo, bagnato.

tutto movimento, asciutto. tanto amore, silenzio

tra carezze.

padre e figlio

ti vorrei dire

talmente tante cose

ad esempio

che va tutto bene:

il pane è buono

la musica è mia fedele compagna

il lavoro c’è

mia madre è forte

vive ancora nella stessa casa

quella che avete diviso per quasi 50 anni

ho il mio amore e

diventerò padre ad agosto

penso che farò come mi hai detto

perché già penso come avevi cercato

non c’è rancore

non c’è nessun sospeso

se non la tua assenza

spero d’essere più o meno come te

forte calmo intelligente

di non sbagliare molto

ma d’essere felice molto

con discrezione

te lo volevo dire

con quei versi che ti facevo leggere

con tanti verbi

infinito per infinito

semplicemente

non è solo sintesi

è anche tanta

tanta ammirazione.

onore ad Hale-bopp

smarrite orme mie

come Pollicino

conosco la lontananza

vacua della cometa,

piana depressa

dei desideri caduchi.

se è nell’indifferenza

dolore, impazienza

d’esser vivi, allora

sono indifferente

e nuovamente mi cancello

vorace, avvalendomi certo

post mortem

d’un no comment.

avamposti

nell’incipit

scorger manovra

pretesto poi ed ancor

lesto virar

nel cerchio

cuoco d’ogni vizio,

virtù. d’ogni

mossa a contratto,

rimostranza viva

ed effetto.

incipit:

in extremis

non volli mai

esser principio,

disarmato preambolo

dal nulla affetto-

come del morbo della cicala

che non canta più senz’ala.

tecnico

sono un tipo schietto

mi piace togliere, togliere e togliere

ho capacità di sintesi

intanto

il tempo mi scorre tra le dita

mi piacciono le parole

poche, significanti e dure

intanto

il tempo mi scorre tra le dita

taciturno, schivo

la folla non mi piace

intanto

il tempo mi scorre tra le dita

disumano quanto basta

per essere umano

pensieroso

quanto basta

per essere sapiens

intanto

il tempo mi scorre tra le dita

e non so essere

che questo.

ed il tempo è finito.

da bambini, chiusi nelle proprie serre

tornavo da dietro, ti evitavo

con la soggezione negli occhi

arrossivo se chiedevi.

così escogitavo, tergiversavo, mancavo

allungando come “gomma del ponte”

la strada di casa -netta linea retta,

in realtà più serene, calmierate. scoprendo

ciò che l’uomo fa per coprirsi d’ombra

impolverando voglie, desideri, allunghi

che s’intorpidiscono poi, irrigidendosi

polimeri timorati, alle intemperie.

t’avrei potuta prendere per mano

sfiorarti il collo ed invece

quei colori, quegli odori

han fatto la fine immeritata o giusta:

ognuno in un vaso di terracotta

col sottovaso di nostalgia soffusa

nella serra umida dei ricordi, radicando.

Quanto basta...

Riflettere, condividere pensieri. Senza esagerare. Quanto basta...

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