poesia yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: novembre, 2016

baldoria

non mi va di far nulla
ho sete di vivere bene.
mi guardo in giro
altro non so. gli amici
si sono diradati
e la notte pare più buia.
ma dormo bene
non mi lamento.
perché so
che quando mi sveglierò
la mattina avrò
un lavoro
che terrà ferma e silenziosa
la mia mente.
e sarò felice
vedendo sgambettare
frenetico
mio figlio
sul freddo pavimento.
di gres porcellanato.

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sì o no?

ci tolgono speranza.
ci tolgono lavoro
che si deve inventare o chi.
speranza viso
fasullo del potere.
volere una massa povera e stolta

è potere. sempre stato
d’una nazione qualunque
il paradosso. io povero lo sono
non mi vergogno
abbastanza lavoro,

non ne ho il culto
ma dignitosamente vivo.
non mi trastullo più del dovuto.
appaio senza inganno

quando devo saldo.
quando annego
chi mi viene in aiuto?
non so, per questo sopravvivo
per non darla vinta
al cattivo

nulla sa, nulla condivide.

pregiata maiolica

ci dividiamo in classi
clan, fazioni senza ragioni
eccetto nel mercato

illusi qui abbiam sbancato.
in questo io non son alieno
sol che non m’alleno:

né vittima né capo treno
il mio vagone letto è uscito
dai binari, chi s’è visto s’è visto
cari miei, saluto, già son lontano.

una al poeta

il poeta è sdentato
il poeta è povero
s’affagotta di stracci
non si lava,
non vuole un lavoro.
non vede la realtà
è miracolato.
non è un alieno
non morde.
il poeta è sacro
e santo.
quando pensi alla natura
tutta, pensa anche a lui
uomo sovranazionale
sovrannaturale e circense
che non sa, ma tenta, non mente.
poeta non si diventa, si dimentica.

la normale compostezza delle cose

a quest’ora la casa è fredda e umida
anche io sono freddo e rigido
le cose non escono. vorrei
un divano nuovo, solo il tortora
non lo digerisco. fuori c’è nebbia
e le goccioline su tutte le piante.
accarezzo delle idee e penso.
qualcuno ha appena colpito una parete
con qualcosa ed il frigorifero
acceso geme e scrocchia
come fosse vivo e lottasse
assieme a noi. siamo i nostri
amici migliori. aspetto che gli altri
si sveglino. quando lo saranno
sarà la vita a farci parlare ed attendere
ancora. come sempre accaduto, prima e dopo.

zoppo haiku

al chiaro di luna
quanto freddo si prende.
bevo grappa per scaldarmi.

 

ricamando il furore zampillante

mento raramente
ma quando lo faccio
è per verità.
non chiedo più danaro
voglio partecipazione
giustizia.
lettura ed empatia.
so che non tutto
posso essere
se non quello che penso e spero.
costruire un giorno di sole
con le voci del coro
avvertendo l’eterno
terminare. è verità
che al lavoro si suda
nella ricchezza autentica
del tempo.

mancato, ritardato e perduto

naturalmente sono mancato
ho ritardato
ho perduto.
serve tutto ciò
per l’insoddisfazione
cooperazione col peggio
convivenza coll’imperfetto
per il male ammirazione.
all’autore distratto
appaio matto
a quell’attento
un distratto.
tuttavia ci salverà il missaggio
tra basso e alto
è quella mediana
la vitale riga.

poetica salubre

di me
non son
che un decimo.
e sorriso spianato
bacio rubato.
nano nel mondo
cercatore di poesia
dove non c’è,
per questo l’adoro:
ironizza seria
su vita e affini.

senziente senza niente

il politichese scioglie le remore
l’interno delle viscere
che poi nel vespasiano
si voglion libere:
ciò che siamo non lo dobbiamo
a nessuno, forse a padri e madri
che han fatto i calli, maneggiato
eternit, sniffato idrocarburi
delegato a ladri, falsi, traditori.
quel che è delle generazioni
rimane, si trasferisce
un quarto di ricchezza
solo dobloni: l’umanità latita
e nemmeno quella in toto:
nemmeno quella salva
l’intelligenza non milita, debilita..
la bulimia, l’arroganza
queste daranno un taglio netto
finale, cerebrale e carnale.
pensa ad un vuoto verde
privo di bipedi, senza carne senziente
né figlio di primate che mente.

eh, mi sa che aveva ragione Michelangelo

ah, che bella la natura
quell’immagine sublime
pastorale, ancestrale, letterale
che fa tremare il cuore
le case, le chiese come polline
sul pistillo, vapor delle nuvole
nelle grondaie, scrosci barocchi
tonfi, sconquassi.
di corpi continui salassi
sotto tetti, solai, capannoni, vivai.
squarcia e libera di moccio
annacquato e grigio i campi
dalle recondite viscere
che si trasformano, copulano
sgorgano e suppurano.
come è bella la natura
che crea, c’è indifferente
non piange né ride
nemmeno come salvagente
parla alla gente.
ah, che meraviglia
l’acqua dell’oceano immenso:
coralli, pesci colorati
paesi smembrati
cancellati dall’inchiostro
della possente marea nera
buio di notte sulla terra, tsunami.
splendida la natura terribile
siam già fossili
come dolci candide
Heidi immobili
pascolando pecore
ammorbati, non scaltri
imbalsamati. e salmoni
che non ritornano
fioriti dei più nobili
intenti ignobili. fetenti.
e che che quel dio buono
non ci cerchi più
non ci perdoni
non ci ami
si levi per sempre
dai coglioni.

lieti giorni di festa

ho urlato così forte.
lei s’è chiusa in camera.
la televisione del salotto
combatte in sottofondo
con quella muta oltre la porta.
c’è il rombo del traffico fuori
il sole delicato d’ottobre.
i vicini ci sono ma non si sentono.
tutto il rumore del mondo
non potrebbe cancellarlo.
nemmeno il silenzio più assordante.
gli errori si fanno per non ripeterli.
la nota stonata viene
dopo la consonanza.
ma non è cacofonia:
è come l’amore in questa stanza
c’è, non si vede.

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