poesia yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: gennaio, 2019

sotto i ponti

il lavoro è asfissiante e noioso
col diavolo si vieni a patti
e la partita non è mai patta
ma guai a perderlo
finire sotto i ponti
non è mai democratico
è il viatico dell’ospedale
psichiatrico.

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morente intelletto

son vecchi e consunti
affermati e bisunti
tutto il tempo a lamentarsi
non c’è classe dirigente
il paese è in balia del niente
impantanato nei miasmi degli –ismi
pontificano, proclamano e diffamano
trovano il corpo il viso il simbolo da odiare
non li ho mai visti in anni
entrare in contatto col male
far orgogliosi i loro perfetti danni
esercitarsi nell’azionariato dei malanni.
l’anziano educatore evidentemente
inacidisce solo e ciarliero
al sol contatto medio con la gggente
intascando ovviamente 100 volte
il salario dell’ultimo residuo d’operaio.
basta infine mantenersi il capitale
o abbandonare il morente nazionale.
mangia a sbafo, è letterato. o derivato.

sotto la neve

sotto la neve
c’è una città
che non ricrescerà
i vecchi mancati
i giovani arrabbiati
sotto la neve
c’è già silenzio
sotto la neve
sogni e dolori
sotto la neve
tutti i guadagni
sotto la neve
c’è un cuore
congelato
un bimbo
che ha giocato
un’esistenza
di cartonato.
non trema la terra
sotto la neve.
pare tutto pacificato
con la neve.
dicono che il freddo
disinfetti e la terra
sia guscio lucidato.
eppure mi sembra
d’aver dimenticato.

cade la neve

cade la neve
sparisce il marciapiede
e tutte le righe bianche
e tutte le aree nere
s’occulta la forma, il disegno
ciò che è stato
basterà ciò che non è bastato?
tutto sarà diverso
pure la luce dell’universo
inverso dell’avverso
cade la neve
e non ci posso far niente
l’osservo incompetente
cade la neve
con somma grazia
fra la gente
come per alleggerire
la mente
cade la neve
cade la neve
fra la gente.

non avrebbe peso

non è dato tornar sui passi.
se fosse gl’indovini i pollici
si giocherebbero. e la malinconia
non avrebbe peso, maturando
sull’albero, senza cadere mai.

michel petrucciani

Michel era un moncherino delicato
con le ossa di diverse lunghezze
frangibili come il cristallo
lucenti e trasparenti
il sole della musica arrivò forte e chiaro
con due manone che massaggiavano
e all’occorrenza bastonavano
i tasti del pianoforte
in besame mucho il tema
è variato e rivariato
trasformato e celebrato
e tutta la malinconia dell’amore svanito
traspira dalla coda del pianoforte
che flette e vibra come un acquazzone
una tormenta un terremoto un tifone
o come un contrappunto bachiano
o un adagio cantabile di Ludovico Van
Michel ti vidi dal vivo
minuscolo capitano del gran coda
sguardo puntato in alto
come alla madonna
que tengo miedo tenerte
y perderte después
nascosto da una calca eccitata
20 anni fa o giù di lì
ti conoscevo solo da qualche cd
ero solo come altre volte e curioso
mi sei rimasto impresso con l`eterno
come l’immagine sulla celluloide
per un paio d’ore m`hai rubato l’anima
quando volevi suonare le note acute
t’aggrappavi al legno come una scimmietta sudata
e sbatacchiavi i polpastrelli
nelle strette e legnose acute note
come un re.
che forza sovrannaturale quell`uomo minuscolo
tra l’altro gran scopatore
piccolo grande genio.

scrivere e leggere

quante poesie, semplici
e comunicative, si possono
scrivere? quante nostalgie
e malinconie. tutto s’aggiusta
col buon senso, coll’intelligenza.
e l’empatica tolleranza
del lettore.

libro

prendo il libro e lo apro come una mela
un libro nuovo o fermo da tanto tempo
fa resistenza e non vuole essere letto
un corpo vergine s’illude d’inviolabilità

ho pensato così oggi in libreria, al buio
con la fame del guardone di vite altrui
m’è sembrato il grande fratello gemello
io sono dio e vi spio mai sazio dall’alto.

musica e parola

quando Beethoven divenne
sordo
finalmente non sentì più gli uomini
e forse
incominciò a sentire dio o un alieno
o a sentirsi dio o alienato
anche se sentire non sarebbe
il verbo adatto.
comunque all’inizio fu il verbo
in realtà una sorta di musica
s’alzò al cielo
come un passero solitario
forse acuto meteorismo
eppoi si fecero alcune regole
e gli italiani cominciarono
a creare la prima musica
con gola e polmoni
e forse gli alberi
le foglie, le mani.
dicono che il suono è prima
della parola
e che poi il mondo è
come la parola intende-
ne sono convinto
penso che anche Beethoven
ne sarebbe sicuro sostenitore
nella Nona ha provato
a trarre punto di comunione.

recidi

recidi anche il fiore ma non tutto lo stelo
nel viaggio leggero cantarsi di un velo
sapor di vero, che la radice potrà cantare
nella deriva del mare. zompa sul mondo
accarezzalo, imbriglialo: c’è sempre una notte
risolta nel giorno. tutti sono quel che sono
anche nella stonatura d’un canto ed io mai
t’impedirei l’incanto dorato del volo.

si lavora il sabato

si lavora il sabato
e anche la domenica
un tempo si diceva
sacra la domenica
ora è sacra la produzione
e tu un pigro bastardo
e tutta l’induzione
del senso di colpa
di non aver famiglia
perché si è cool
se si è soli
apolidi, trasparenti
indecifrabili, intermittenti
migranti
contabili della specie
che non cresce.
la famiglia è fantasma al market
tra le montagne di nulla
che sembra mondo
è un limpido giorno di sole
ma fa un freddo pungente
io sono luce fredda
ma anche polvere e incoscienza
ed un passato che morde.

poeta poeta

poeta fatti capire
non sederti sulla cattedra
non procrastinare l`avvento
non stendere panni rossi
i santoni sono ridicoli
e quando fanno ommmmmm
non insegnano nulla
che già non si sappia
e il loro canto
è semplicemente
quello del mondo
che non ascolta
poeta, poeta
vieni qua, scendi dalla casa 
sull’albero, ascolta attentamente
il cinguettio degli uccelli
ma anche il rumore della pressa.

sognanti

la gente viene e va
spento giorno
nel ceruleo alone di nuvole
poco sogna e guarda
l’operaio dal finestrone-
sogna un appartamento
con caldaia e garage
per l’utilitaria
ed un’altezza dignitosa
che più non sia infruttuosa.
l’africano gira con scarpe griffate
e cuffiette chiare
crede in terra
al paradiso nuovo
che già l’ha abortito
cerca la savana
tra le vigne
il deserto nel deserto dei sensi.
e la massaia è scesa in strada
con la borsetta stretta stretta
a far spesa, s’è arresa
in pena -sogni son di tutti
ma pochi son rimasti
per chi ostinato
resiste. od assiste.

*

viene il tempo del tormento
viene l’affondo del mondo.
tu eri contento del momento
avresti mai pensato al gioco
della statistica, del fato? no
è il contratto, le carte non firmate
sono loro che ti stanno abitando.
un eccitante anonimato.
il contrasto del coabitare.

pietra e rosa

c’è un giorno
dove puoi
cogliere la rosa-
d’inverno
puoi impugnare
l’arenaria nuda

anche il desiderio
sarà croce
e la malattia
non un tremito.

calca la terra
solleva la pietra-
sarà trasparente
come la neve
come la seta.

che cosa è il mondo

il mondo è il mantenimento delle cose
è un frigorifero per poveri
non cambia nulla
in questo tratto del cosmo
tante parole buttate a terra
calpestate come grano e bandiere
il pane è nero
e ce lo si guadagna
col sudore
pochi non sudano
e quei pochi hanno una paura fottuta.

ti credi divertente?

il giorno è stato senza
ritorno
con la portata assente
solo contorno-
deambulante come
un rottame
uno zombi privo di fame.
ho ancor mal di testa
la schiena rotta
le spalle doloranti
mica tutti c’han tanti
malanni, assieme
paiono un meccanico presepe.
un presepe di senza niente
gente silenziosa
non crede più in nulla
oppure si raggira
come una spira-
popolo bue
senza armature
popolo marea
di senza mete.

riscossione

ci sono giorni
in cui il fiore
non ha tutti i petali
apparirà d’improvviso
sfoltito e sbiadito.
a tu punterai il dito:

l’uomo forte
sempre cerca
un impari nemico
l’uomo debole
sarà quel nemico.
o forse ruoli intercambiabili
renderanno i destini
sconfinanti e labili.

la città satura

la città satura
di carne da cannone
dimmi il tuo nome
marea vivente
che sospiri,
e alimenti la gara:
s’evince che il migliore
dovrebbe vincere
nell’impresa darwiniana
della mercificazione umana.
la città brumosa
polverosa d’eternit celato
liquidi putridi e viscosi
uomini rischiosi
smarriti pudori -il pastore
attende di sgozzare
di persona le sue belle.
non turbate le pecorelle.

c’è la gente

a quarant’anni non socializzi
mandi direttamente a cagare
non c’è amicizia che tenga
né senilità che spenga.
gli sport in solitaria
rendono la gente minoritaria
microbica come ogni emergenziale
vita analogica meteorologica:
spengo tutto, non io
spengo il tubo
taglio il flusso
non l’anima mia
così vivo da ubriacare
il mondo e quell’altro
nella gemella galassia
termina l’asfissia
della gentecrazia.

mors tua

era un giorno d’inferno
un luglio arroventato
come l’acciaio fuso
sotto la pressa del sole
molti al mare, alcuni
in montagna altri chiusi in casa
con le tapparelle abbassate
i condizionatori a palla
come trattori senza terra d’arare
ma soltanto per tumulare
arrivarono efficienti e puntuali
con i loro strumenti e vari documenti-
un uomo morto sta facilmente
in un sacco nero, si ripone
con facilità e lo si dimentica
come immortalato
nel suo nuovo utero
surrogato.

*

non c’è un solo giorno
che non ci faccia sentire
disarmati, bruciati dal sole
rinsecchiti dal vento gelido
disidratati dalla salsedine
defraudati dal silenzio
delle grotte e degli anfratti.
non c’è un solo giorno
in cui il nostro sentire sia innato
non filtrato dalle scienze
dalle convenzioni
dall’educazione:
viene tutto a morire
tra le mani
come i calli
sono testimonianza.
non c’è un solo giorno
che abbia la consistenza
della pietra.

*

forse ci dovevano chiamare
morti già da vivi
nelle cantine le farfalle i sorrisi
l’humus dell’immortalità
nei diari e nei sudori, dei gulag forse
ebbero ragione e sentimento
della guerra che disinfetta
risale nella rugiada del mattino
di pace, eccoli gli eroi nostri
macchiati d’automobile combustione
e nelle scansie dei market:
dovevano darsi altra chance nella luce
invece scesero nel fondo
coi serpenti e i liquami.

e tu come la chiami?

scrivi bene
con l’acqua alla gola
non usare parole volgari
(ma se proprio non puoi farne a meno
usale per aggiungere un colore all’arcobaleno)
non sei né maschilista né femminista
non interessarti alle beghe di partito
l’uomo è animale politico puro
o solo animale che pascola
non catalogarti e non adularti
facendoti catalogare
in un poeta in trasformazione
sia quello che sia a prescindere
dal tempo e dalla meteorologia
non espropriarti della forma
ma non dalla via così per un tozzo di pane
non cadere in tentazione
non sei un genio
tutto è stato già scritto
ma liberati dalla poesia
tutto è poesia
basta andare a capo
senza chinare il capo.

*

io di fronte a te
tu di fronte a me
ad un passo
uno di fronte all’altra
ma vuoi farmi una foto lo stesso
come presenti non viventi-
cosa credeva quella tribù d’indiana
la foto che ruba l’anima
o qualcosa del genere
noi due
ce la siamo presa
vicendevolmente
prima di confluire
nella convenzione sociale
mi hai portato in alto mare
adescato e rapito
passato alla ghigliottina
della passata gioventù
ricordi le ore piccole
con le dita e i capelli
intrecciati
nella corda di noi?

ipocondria

la malinconia ad insaputa mia mi porta via
mi solleva aliante, lontano come un brano
senza capo né coda, senza sole né luna-
privo vivrò, ma tutto vissuto e saputo
verrà un giorno senza ipocondria
d’età moderna estrema malattia.

elegia dei tempi

i risultati son andati
finiti prima del tempo
coi canditi: volevamo
uno stacco, abbiam
subito solo un grande
scacco matto.

*

a casa la sera
è un’abbuffata la cena
una corsa malata
mastico e butto giù
come una ninfomane
un invasato da daspo.
i denti digrignano
il corpo è grasso
ma ha ancora fame
pretende: le otto ore
si impadroniscono
del cervello, dei sensi
e il corpo segue
come un vampiro
ha ancora e sempre
bisogno d’ingozzarsi:
la produzione
non ammette ritardi
né rallentamenti.

*

dissero dei vuoti a perdere
del futuro anteriore
che è fumo, non errore.
dissero dei corpi esposti
delle frizioni, delle compilazioni
dei moduli, per lasciar traccia
fra le scartoffie. esistiamo spossati
nella biografia dei comuni
carta straccia di contravvenzioni.
né viventi, né cittadini. bambini.

avreivolli e non decisi

avrei voluto crescermi dentro
diverso, non come vogliono altri
coi diritti farlocchi nel cuore e
pulsioni omicide nei cervelli duci.
la civiltà occidentale crepa
senza nemmeno il botto
della fissione, la cenere inodore
dell’atomica separazione: assopisce
d’antidepressivi e per(d)io(!)dare
multicolore senza sesso.
ci sono voluti decenni
d’operai e riscaldamento
centralizzato per depredare
menti e carrelli.

*

tentativo d’aggrapparsi al quotidiano
come una goccia sul petalo
a nudi piedi, lungo bordo
dopo pioggia la notte.
saltimbanchi conosci
i seri e le storie fuggevoli.
confronti i nati oggi coi padri.
desisti eppoi miracolosamente
imperterrito con la quotidiana lotta
vuoi guarirti. i zavorrati pensieri
dalle carni esangui. i denti incarniti.
gli anticoncezionali dei sensi.
ed il tuo cammino- avanti.
guadagni i secondi una alla volta
come una rivolta, ti guardi attorno
contorni, stilizzi e affermi
e sei di nuovo da rifare
col vento e le foglie secche
col vento e gli acquazzoni
col vento e. col manto della neve
i colori delle specie, inveisci
corri ai ripari, incolli e demordi.
e sei di nuovo da rifare
col vento e le foglie secche
col vento e gli acquazzoni
col vento e.

Quanto basta...

Riflettere, condividere pensieri. Senza esagerare. Quanto basta...

UNO STRANO POETA

Quando la poesia incontra la vita di un ragazzo

Giuditta Michelangeli (tra versi e prosa)

Scrivo per passione e per noia, scrivo per passione annoiata. Lo pseudonimo è uno strumento ed è confusione, è uno strumento per confondersi. ("Sii sempre un poeta, anche facendo prosa.” - C. Baudelaire)

Unterwegs

In cammino

sovrasenso bisbigliato

"quando ti sono postuma ti ritrai negando il nesso tra suono e pensiero pensato." (Anna62)

Brezza d'essenza

Quando scrivo dimentico che esisto, ma ricordo chi sono.

ilcollomozzo

FU ALL'INIZIO UNO STUDIO. SCRIVEVO SILENZI, NOTTI, SEGNAVO L'INESPRIMIBILE. FISSAVO VERTIGINI. A. R.

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