sotto i ponti

il lavoro è asfissiante e noioso
col diavolo si vieni a patti
e la partita non è mai patta
ma guai a perderlo
finire sotto i ponti
non è mai democratico
è il viatico dell’ospedale
psichiatrico.

morente intelletto

son vecchi e consunti
affermati e bisunti
tutto il tempo a lamentarsi
non c’è classe dirigente
il paese è in balia del niente
impantanato nei miasmi degli –ismi
pontificano, proclamano e diffamano
trovano il corpo il viso il simbolo da odiare
non li ho mai visti in anni
entrare in contatto col male
far orgogliosi i loro perfetti danni
esercitarsi nell’azionariato dei malanni.
l’anziano educatore evidentemente
inacidisce solo e ciarliero
al sol contatto medio con la gggente
intascando ovviamente 100 volte
il salario dell’ultimo residuo d’operaio.
basta infine mantenersi il capitale
o abbandonare il morente nazionale.
mangia a sbafo, è letterato. o derivato.

sotto la neve

sotto la neve
c’è una città
che non ricrescerà
i vecchi mancati
i giovani arrabbiati
sotto la neve
c’è già silenzio
sotto la neve
sogni e dolori
sotto la neve
tutti i guadagni
sotto la neve
c’è un cuore
congelato
un bimbo
che ha giocato
un’esistenza
di cartonato.
non trema la terra
sotto la neve.
pare tutto pacificato
con la neve.
dicono che il freddo
disinfetti e la terra
sia guscio lucidato.
eppure mi sembra
d’aver dimenticato.

cade la neve

cade la neve
sparisce il marciapiede
e tutte le righe bianche
e tutte le aree nere
s’occulta la forma, il disegno
ciò che è stato
basterà ciò che non è bastato?
tutto sarà diverso
pure la luce dell’universo
inverso dell’avverso
cade la neve
e non ci posso far niente
l’osservo incompetente
cade la neve
con somma grazia
fra la gente
come per alleggerire
la mente
cade la neve
cade la neve
fra la gente.

non avrebbe peso

non è dato tornar sui passi.
se fosse gl’indovini i pollici
si giocherebbero. e la malinconia
non avrebbe peso, maturando
sull’albero, senza cadere mai.

michel petrucciani

Michel era un moncherino delicato
con le ossa di diverse lunghezze
frangibili come il cristallo
lucenti e trasparenti
il sole della musica arrivò forte e chiaro
con due manone che massaggiavano
e all’occorrenza bastonavano
i tasti del pianoforte
in besame mucho il tema
è variato e rivariato
trasformato e celebrato
e tutta la malinconia dell’amore svanito
traspira dalla coda del pianoforte
che flette e vibra come un acquazzone
una tormenta un terremoto un tifone
o come un contrappunto bachiano
o un adagio cantabile di Ludovico Van
Michel ti vidi dal vivo
minuscolo capitano del gran coda
sguardo puntato in alto
come alla madonna
que tengo miedo tenerte
y perderte después
nascosto da una calca eccitata
20 anni fa o giù di lì
ti conoscevo solo da qualche cd
ero solo come altre volte e curioso
mi sei rimasto impresso con l`eterno
come l’immagine sulla celluloide
per un paio d’ore m`hai rubato l’anima
quando volevi suonare le note acute
t’aggrappavi al legno come una scimmietta sudata
e sbatacchiavi i polpastrelli
nelle strette e legnose acute note
come un re.
che forza sovrannaturale quell`uomo minuscolo
tra l’altro gran scopatore
piccolo grande genio.

scrivere e leggere

quante poesie, semplici
e comunicative, si possono
scrivere? quante nostalgie
e malinconie. tutto s’aggiusta
col buon senso, coll’intelligenza.
e l’empatica tolleranza
del lettore.

libro

prendo il libro e lo apro come una mela
un libro nuovo o fermo da tanto tempo
fa resistenza e non vuole essere letto
un corpo vergine s’illude d’inviolabilità

ho pensato così oggi in libreria, al buio
con la fame del guardone di vite altrui
m’è sembrato il grande fratello gemello
io sono dio e vi spio mai sazio dall’alto.

musica e parola

quando Beethoven divenne
sordo
finalmente non sentì più gli uomini
e forse
incominciò a sentire dio o un alieno
o a sentirsi dio o alienato
anche se sentire non sarebbe
il verbo adatto.
comunque all’inizio fu il verbo
in realtà una sorta di musica
s’alzò al cielo
come un passero solitario
forse acuto meteorismo
eppoi si fecero alcune regole
e gli italiani cominciarono
a creare la prima musica
con gola e polmoni
e forse gli alberi
le foglie, le mani.
dicono che il suono è prima
della parola
e che poi il mondo è
come la parola intende-
ne sono convinto
penso che anche Beethoven
ne sarebbe sicuro sostenitore
nella Nona ha provato
a trarre punto di comunione.

recidi

recidi anche il fiore ma non tutto lo stelo
nel viaggio leggero cantarsi di un velo
sapor di vero, che la radice potrà cantare
nella deriva del mare. zompa sul mondo
accarezzalo, imbriglialo: c’è sempre una notte
risolta nel giorno. tutti sono quel che sono
anche nella stonatura d’un canto ed io mai
t’impedirei l’incanto dorato del volo.

si lavora il sabato

si lavora il sabato
e anche la domenica
un tempo si diceva
sacra la domenica
ora è sacra la produzione
e tu un pigro bastardo
e tutta l’induzione
del senso di colpa
di non aver famiglia
perché si è cool
se si è soli
apolidi, trasparenti
indecifrabili, intermittenti
migranti
contabili della specie
che non cresce.
la famiglia è fantasma al market
tra le montagne di nulla
che sembra mondo
è un limpido giorno di sole
ma fa un freddo pungente
io sono luce fredda
ma anche polvere e incoscienza
ed un passato che morde.

poeta poeta

poeta fatti capire
non sederti sulla cattedra
non procrastinare l`avvento
non stendere panni rossi
i santoni sono ridicoli
e quando fanno ommmmmm
non insegnano nulla
che già non si sappia
e il loro canto
è semplicemente
quello del mondo
che non ascolta
poeta, poeta
vieni qua, scendi dalla casa 
sull’albero, ascolta attentamente
il cinguettio degli uccelli
ma anche il rumore della pressa.

sognanti

la gente viene e va
spento giorno
nel ceruleo alone di nuvole
poco sogna e guarda
l’operaio dal finestrone-
sogna un appartamento
con caldaia e garage
per l’utilitaria
ed un’altezza dignitosa
che più non sia infruttuosa.
l’africano gira con scarpe griffate
e cuffiette chiare
crede in terra
al paradiso nuovo
che già l’ha abortito
cerca la savana
tra le vigne
il deserto nel deserto dei sensi.
e la massaia è scesa in strada
con la borsetta stretta stretta
a far spesa, s’è arresa
in pena -sogni son di tutti
ma pochi son rimasti
per chi ostinato
resiste. od assiste.

*

viene il tempo del tormento
viene l’affondo del mondo.
tu eri contento del momento
avresti mai pensato al gioco
della statistica, del fato? no
è il contratto, le carte non firmate
sono loro che ti stanno abitando.
un eccitante anonimato.
il contrasto del coabitare.

pietra e rosa

c’è un giorno
dove puoi
cogliere la rosa-
d’inverno
puoi impugnare
l’arenaria nuda

anche il desiderio
sarà croce
e la malattia
non un tremito.

calca la terra
solleva la pietra-
sarà trasparente
come la neve
come la seta.

che cosa è il mondo

il mondo è il mantenimento delle cose
è un frigorifero per poveri
non cambia nulla
in questo tratto del cosmo
tante parole buttate a terra
calpestate come grano e bandiere
il pane è nero
e ce lo si guadagna
col sudore
pochi non sudano
e quei pochi hanno una paura fottuta.

ti credi divertente?

il giorno è stato senza
ritorno
con la portata assente
solo contorno-
deambulante come
un rottame
uno zombi privo di fame.
ho ancor mal di testa
la schiena rotta
le spalle doloranti
mica tutti c’han tanti
malanni, assieme
paiono un meccanico presepe.
un presepe di senza niente
gente silenziosa
non crede più in nulla
oppure si raggira
come una spira-
popolo bue
senza armature
popolo marea
di senza mete.

riscossione

ci sono giorni
in cui il fiore
non ha tutti i petali
apparirà d’improvviso
sfoltito e sbiadito.
a tu punterai il dito:

l’uomo forte
sempre cerca
un impari nemico
l’uomo debole
sarà quel nemico.
o forse ruoli intercambiabili
renderanno i destini
sconfinanti e labili.

la città satura

la città satura
di carne da cannone
dimmi il tuo nome
marea vivente
che sospiri,
e alimenti la gara:
s’evince che il migliore
dovrebbe vincere
nell’impresa darwiniana
della mercificazione umana.
la città brumosa
polverosa d’eternit celato
liquidi putridi e viscosi
uomini rischiosi
smarriti pudori -il pastore
attende di sgozzare
di persona le sue belle.
non turbate le pecorelle.

c’è la gente

a quarant’anni non socializzi
mandi direttamente a cagare
non c’è amicizia che tenga
né senilità che spenga.
gli sport in solitaria
rendono la gente minoritaria
microbica come ogni emergenziale
vita analogica meteorologica:
spengo tutto, non io
spengo il tubo
taglio il flusso
non l’anima mia
così vivo da ubriacare
il mondo e quell’altro
nella gemella galassia
termina l’asfissia
della gentecrazia.