"poesia" yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: marzo, 2018

un’impressione è una poesia

la poesia è una mercanzia
senza scontrino
l’evasione d’un moto immoto
è un gioco al minuto
che corre veloce
come un bimbo felice
sulla bici
senza amici

quando s’inizia
non pare
quando termina
non finisce
si respira
sminuisce il sole
l’amplifica.
quando nasce
è una fantasia
perchè rigenera
come nella primavera
l’edera

oppure nuoce
perchè scuoce
come pasta all’asta
senza compratore.
mai urlo è una voce
ammenoché non sia buio tutto
e i castelli siano rovine
ed un quarto di bue di Soutine non basti
le fabbriche alcove
i monolocali solisti
non per artisti.

il verso scende dalla montagna
dalla materia grigia come slavina
diventa dei colori del prisma
raggio laser
un delitto dei Borgia
un’orgia di bagordi balordi
potente mai deferente
la poesia buona
non domandarmi mai
di tradurla
non saprei che dirti
non costringermi a mentirti
la poesia è una eresia.

Annunci

*

fresco il vento accarezza le fronde
come dolci campanellini annunciano
dell’estate lo scemare. un’altra volta
il calore s’eclisserà per tornare.

il sesto senso

mi sento gonfio
ho l’alito cattivo, sono grasso
i piedi piatti
sono orbo

ho un’unghia incarnita

punti neri, ernia, carie
sono sereno
e insoddisfatto
sono sconvolto
da quanto
s’è inadeguati
circo inguaiati

inguainati nelle maniere buone
anche se saremmo di spalle due
per campi e miniere rubati
le buone maniere ci debbono
educandi
trafficanti d’incanti

e indicibili bassezze
poche vette
meglio sopravvivendo
scuotere l’albero
una mela cadrà
di sicuro

lontano dal buio.

dogma e materia

chi ne è capace please
esca dall’impasse
abbandoni ogni vanitas
ogni bega superflua
attigua alla viva, potente
terrena vitalità: sol questa c’è
nel mondo, ragione fatevene
usatela per la logica
come un’indagine storica:
quel che si vede è il vero
quel che ora si vorrebbe
tirar via, farne a meno
per infilarci il verbo
costretto dal credo
il nervo deviato
perde il focus
materia dirottata
nel dogma della messa.
la verità non è indagine
non più vista è svista
parabola dismessa.

massimale

la poesia sta di lato
sguscia, sbertuccia
anzianuccia, logora
vitale, è cerebrale.
il post montale
è poesia minimale
del piccolo introversa
per il critico malmessa
e si sa oggi quali masse
se ne vanno a messa.
il post pasolini
è vuoto sangue
barbarie, incapacità
è la poesia narratoriale.
tentiamo d’uscirne
potrebbe essere utile
scriverne attuale.

*

sguardi svaniscono
azioni, orpelli vari.
miete grano e sterpaglie
il tempo, con tediato
sguardo, alla nostalgia
sfiorando il mento son intento.

amare il tempo

stamattina ho guardato mia madre in viso
e mi sono accorto che è diventata
vecchia, come un fulmine a ciel sereno
come un improvviso crampo allo stomaco
come un lampo di luce buia.
l’ho guardata negli occhi come sa un oculista
senza apparecchiatura diagnostica, senza compassione:
ho visto la pelle rugosa i capelli con la ricrescita
la smorfia del tempo, tutte le sigarette fumate
la malattia di mio padre, la fatica di accudire un figlio
fare la moglie, la madre, la spesa, il bucato
lucidando i pavimenti di marmo, spolverando
le pulizie dalla ricca signora. eravamo seduti a pochi centimetri
uno dall’altra, non so se lei se ne sia accorta, se ha lasciato
aperta una porta, io ci sono entrato senza permesso
sono andato avanti lo stesso, come un carro armato sovietico
merito di vederla ancora, sangue del mio sangue
spero serva a qualcosa, costringendoci a condividere e comprenderci
aiuti me a stare dalla parte sua, la parte giusta
quando mio figlio avrà la stessa luccicanza
e benevolenza. umile mutua sacralità dell’esperienza.

*

il cielo azzurro sopra di me

malinconia come nebbia
la terra ferma sotto di me

l’erba, del centro della terra il fiato:
quanta autorevolezza negli elementi.

l’ombra che dispare

della persona dopo la morte
resta l’ombra e una non ultimativa
scomparsa: certo la cenere nell’urna,
ombra e una calma diurna, non nel buio:
non ho dormito per notti infinite
dopo la fine sua, probabilmente
perché in partenza è persa la dipartita
si lascia così come la si è trovata la vita
coi guanti del chirurgo fra le dita.

in medio stat virtus

brutto dirlo pure pensarlo
70 anni senza guerre
c’han fatto rammolliti
flaccidi senz’erre
la lotta è sconosciuta
i vizi van per la maggiore
in questo vivacchiare
alla tonalità minore

il cemento è lento
dopotutto ha coperto tutto
il pensiero è ottuso
fuso in un non pronto all’uso
levigato per opportunismo medio

l’arte merce spenta, consolatoria
chi son io per dirlo
disse un pontefice
fuori dalle regole
o ufficiosamente ammorbidito
relativista con le traveggole

chi son io per scriverlo
faccio mio, umanità patrimonio
il desiderio d’un carattere
che è andato chissà dove
moscio a farsi friggere.

i ladri

la notte sopravanza il ripetersi
io son qui a guardarti e riceverti
non mia. se l’amore è rispetto
ci rispettiamo: avanziamo dinnanzi
con le parole, tran tran dei semplici
legame inossidabile dei complici:
facciamo i ladri, rubiamo felicità.

sera evanescente

la sera è evanescente
parzialmente incoerente
un contenuto carente
ricca però d’una cottura rosolata
la parmigiana è un incanto
che ti tiene ancorato
alle cose semplici e gustose:
son poche le cose
che rendono felice un uomo
un figlio, la tavola
il sesso -comunque sopravvalutato-
la poesia -a volte sottovalutata-
poco di più:
quel che non è possibile descrivere
quel che scaltro
sa sempre d’altro.

mia adorata

di straforo con un’ora d’aria
t’indoro e t’adoro
odoro di te
ubriaco della lavatrice
girevole come le viole
allodole giravolte stravolte
quelle volte che ti bacio
regalate e rose
amalgamate e radiose
del tuo ferro da stiro
che ammiro
che io non son in grado
a quelle temperature
di stendermi raddrizzandomi
esultare. ma ammare
andremo con l’asse
come a Los Angeles
a surfare.

sopraffatti

sopraffatto dalla volta celeste
sopraffatto dalle stelle, dal buio
costellato, puntino nero insignificante
nell’universo sconosciuto, anima sospirante
amante del determinato prosciugato
dalle infinite distanze e buchi neri.
sopraffatto dalle onde che selvagge
s’infrangono sugli scogli, dalle eruzioni
vulcaniche, sopraffatto dallo sconosciuto.
sopraffatto da me stesso, da quel che credo
di sapere e non sapere, dal tempo che passa
dagli amici che vengono e vanno, dai momenti
silenziosi, da me nel tentativo.

tremebondi

vedi le persone per strada
che non sorridono
col paraocchi della sussistenza
non possono e dolgono
uomini e donne in guerra
con un nemico dissolto
nei monolocali occlusi
nelle strade, nei mercati
nei sottoscala, nei garage
porte chiuse senza nome
non si sa per cosa lottare
e allora si continua a tremare.

peace keeping

mai abbastanza puro
mai abbastanza bianco
mai abbastanza a sinistra
c’è sempre qualcuno più intransigente
piu puro, più progressista nella lista
che vorrà sfondare a sinistra della sinistra
con un nuovo partito di sinistra
più bianco del bianco
che non odia i neri i gialli i rossi
i zigani i diversamente eteresessuali
inclusivo non classista aperto
vegano crudista tendenzialmente non interventista
che ama profondamente non offende ma pretende
i social se sgarri ti censurano
non scappi non sfuggi alla gestapo
del benpensante, verrai asfaltato
dal politicamente corretto
vorrebbero persino radere al suolo
Piacentini ed affini
si diano altri giocattoli ai bambini
serie di netflix con alieni, vichinghi e pompieri
i grandi son arrivati
ti convinceranno delle parole buone
delle guerre preventive
perchè non si può essere pacifisti ad oltranza
questa la sostanza della buona creanza.

sesso gentil

voglio darmene di santa ragione
perchè in più d’una rara occasione
son caduto come frutto di stagione
nella depressione a causa del sesso gentil
che così delicato proprio non è tanto
son affranto: se l’uomo ora si cala il pantalone
non è più un leone, è solo un gran coglione.

hai un collo lungo alla Modigliani

Modì coi suoi nudi
sarebbe oggi
alla gogna mediatica (crocifitto, impalato, lapidato
incoronato di spine) trafitto da femministe
acide, antipatiche, opportuniste
da un moralismo economico
dalla merda d’artista, dai cessi d’oro massiccio.
la poesia della natura
è messa a soqquadro
dalla società emaciata
l’artista muove i propri vagiti
nell’insicurezza e nell’aberrazione
lasciate in pace l’uomo
fermate i conflitti o amplificateli
e godetevi la bellezza
(se potete e volete).

blesa

sfianca l’attesa
fa consonante blesa
tra corpo e tempo
dissonante intesa, è resa.
rughe, goffaggini
implicazioni dinastiche
successioni, privazioni:
quando l’individuo manca
piano piano con l’età
il consumo, l’abuso del fumo
il colesterolo, materia grigia
colabrodo, l’unica tentazione
è tornar fanciullo, sì
ma non ricominciar daccapo.
una sola basta e avanza la vita
obtorto collo anche all’eterno.

voce del bambino

piccola creaturina amatissima
d`irriducibile vorticoso moto
stai costruendo il linguaggio
con alfabeto particolarissimo
agglomerato creativo di suono
un appallottolarsi futurista
una lista infinita di versi e traversi
una buffa baruffa di consonanti e vocali
allargate, strette e deformate
una lingua aliena ma terrena
con occhi mani e bocca
voce strumento fonico
che stringi il cuore madido laconico
di padre attraversato dall’orgoglio.

codice bianco

non c’è poesia
nel pronto soccorso alle 3 del mattino
la cerco come Diogene, ma non la trovo
bighellonando pensieroso
nel corridoio

attorniato da vecchi bendati
giovani col viso bianco come latte
stranieri dormienti
su sedie a rotelle
barboni sudici
pazienti dolenti

qualcuno ha vomitato nel bagno
alcuni dormono sdraiati sulle sedie di metallo grigio
altri vanno avanti e indietro
come fantasmi
vanno a fumare fuori sotto i grandi alberi
accanto le luci violente delle ambulanze

i passeri cominciano a meravigliare il mondo
cantano una bellezza che pare opaca
infermiere coi fogli in mano
pronunciano a voce alta
cognomi a volte impronunciabili
scherzano col poliziotto all’ingresso
qualcuno ha bevuto
e ha lasciato bottiglie deformate per terra
assomigliamo così tanto a quelle
la plastica è eterna
ma è così debole
i bagni sono luridi
ma c’è l’acqua calda, il sapone e la carta assorbente

la luce dei neon
fa sembrare il tutto un freddo esperimento
molti avranno sempre meno
cercheranno il riscaldamento del pronto soccorso d’inverno
la comprensione d’un anima buona d’estate
un’esistenza nel pareggio di bilancio

poi un uomo mi fissa
mi dice
non preoccuparti
ogni parte del reale può diventare poesia
basta guardarsi attorno con umiltà
basta lasciarsi alle spalle il dolore
cosí ho fatto
aveva ragione
ho scritto questo
e non me ne vergogno troppo.

*

eterno cinguettar dei passeri
come ogni stagione concede
eppure -io so- che gli uccelli
il canto ripetersi
non son sempre quelli:
il suono sempre eterno, sempre bello
ma alcuni li ho visti schiacciati dalle gomme
rinsecchiti, mangiati dalle formiche
sulla strada, sui prati. se la suona
se la canta, vita indifferente.

sintassi stravolta

il lavoro rende liberi
chi già lo è, ma non sa.
schiavi in mezzo agli schiavi
non si giunge, si nasce.
coll`educazione, le buone
maniere dei padri nelle miniere.
la gioventù scaltra alla ribalta
dimentica, blasfema: nei byte
stravolge la sintassi
di buona lena.
ed è subito pena.

maestro

m’hai chiamato maestro
ma io nulla so insegnare
se non silenzio, il vuoto
che sta attorno al discorso
quel significato ficcante
e corto che è maltolto
dell’involucro, lucra ogni dí.
fammi il piacere così:
non adulare, il sostantivo
è un distintivo assertivo da modulare
che io non so neppure
se son davvero vivo o meditativo.

ho visto cose

ho veduto le migliori
donne
della mia generazione

non esserlo
e non saper cuocere un uovo
perdendosi in mille relazioni
inutili
festeggiando la festa della donna
senza saperne nulla
fare un figlio nuovo
per ogni amante
dimenticarsi della propria carne
chiuderla a chiave in appartamento
ed andare a fare shopping
impulsivo

ho visto trucchi pesanti
trucchetti di forma e poca sostanza
ho visto tanto talento
buttato via
ho visto la guerra tra i sessi
senza sesso
senza senso
solo censo

ho visto donne furbe
accalappiarsi uomini deboli
dal portafogli gonfio
dilatarsi come zampogne
per diritti scaduti
non lottare contro la società del capitale
dimenticare
finanziarsi bulimiche di finanze
loghi e fattanza di sostanze
ho visto donne

imitare gli uomini più stupidi
diventare donne stupide
tutto questo sforzo
finire in polvere
come un bel fiore
senza amore.

una donna bella come un quadro

una bella donna è il sole
a mezzanotte
è l’oscurità alle dieci del mattino
quando sei al lavoro
qualcosa ti vuol dare
ma non sai accettare e non puoi
una bella donna è l’acqua santa
del non credente
è un pacchetto di sigarette
per il non fumatore
è il cielo che ti sorride
è la vanità della luce
è un viso picassiano
una venere del Botticelli
un collo alla Modì
è il caffé buono
con la crema
e lo zucchero
che scende piano e dolce
una bella donna è il pianto
i denti digrignanti e la pazienza
una colonna di stoviglie sudicie
un vestito da sera elegante
un anello una cena rose rosse
una bella donna non è la festa della donna
una bella donna è un figlio che corre per casa
una bella donna può essere tutto e niente
se è tutto
è la tua condanna a morte
se è niente
vuol dire che sei già morto e sepolto.

cacofonica incoscienza

i giochi degli uccelli
il duello dei gatti:
la notte principia
coi suoni suoi belli
che son pure
cacofonica incoscienza
scienza dell’accostamento
duello dell’affabulamento:
natura crea, natura distrugge.

humor rumor

il sense of humor
manca alla platea
che libera si bea
sense of humor
e ritmo che rumor
non si crea:
ma perchè?
perchè spopola
nel popolo prendersi
sul serio come d’imperio
che nemmeno
una goccia d’ironia
li disseta nella marea.

filippica

scesa la neve
ora pioggia
e poi mista
tutti l’hanno vista
non fu una svista
nemmeno una lisca.
lunga la lista
delle cose
che vorremmo scendessero
dal cielo come fenomeni
atmosferici delicati:
soldi perlopiù
ma anche pasta fresca
pizza e ragù
che è poi come chiedere
felicità al buon mercato.
ecco cosa potrebbe essere
la felicità:
un serie di cose
ma le cose son noiose
le si prende sempre per buone
quindi le si squalifica:
ecco la società capitalistica
lei sì ha capito prima
che la felicità suggerita
è anche surrogata.
se sei ancora infelice
rassegnati
qui termina la filippica.

peregrinando

il silenzio della notte
c’accarezza l’anima
sognare ci fa, non sempre
gioioso peregrinare:
sarà la digestione
a far nuova visione
urlo, canto o stagnazione.

2018 di carta e grafite

oggi ti senti bene
vorresti urlare
a dio piacendo
il tuo piacere
sei felice e corri al seggio
con la macchina
parcheggi in terza fila
in curva
o meglio sulle strisce
impugni la matita
fai croce sulla storia
apprendi dalla carta
tutti i suoi numerata
osservi il virtuoso
scrutinatore
non ha il volto
d’un minatore
il terzo millennio
necessita di cellulosa
e grafite per decidere
il mondo, sii felice!

giornata antipatica

che giornata antipatica
la democrazia pare apatica
cielo grigio immorale
ci s`abitua facile al grigio
a volte è meglio il dolore
il dolore forte ad un molare
la morale è che pure i giorni bigi
son effettivamente impoveriti d’umano
e quant’altro abbia significato.
e se m`espongo troppo
so che quei primi capelli cinerei
furono soltanto antipasto.
senza pranzo.

 

neve

sbadigli dei tigli all’addiaccio
dell’edera il gesticolio spezzato
appesantita dallo spesso manto
il fuori osservo imbiancato
dalla gioia splendida del creato
una neve candida birichina
che ha depositato la mattina
e dentro il tiepido incedere
dei cuori che nel freddo ficcante
s’aggrappano l’un l’altro
come un fagotto stretto
di muscoli folli, teneri e fragili:
così c’han fatto
nell’impasse
uno si rivede
parte dell’altro
con la gioia
del primo sorriso di viso.

quattro minuti e dica trentatrè

questa poesia è una colluttazione
che non va in una precisa direzione
e un’esplorazione che non esplode
un tumulto senza tuono
un albume senza uovo
è quell’unico momento d’ordine
e silenzio in cui stai vincendo vivendo
sono quei minuti densi di Cage
dove ti puoi finalmente ascoltare
senza necessariamente spalmarti un anti-age.

nevica neve autentica

nevica un tempo radicale
io non sto poi così male
tu e i tuoi sorrisi a metà
sulla porta, postura deviata
dal freddo, poco storta
ti ho messo la sciarpa
tu non l’hai scostata
forza incontrastata
del conoscersi a fondo
mano nella mano col mondo.

*

nel turbinio burlesco della neve mi cercavi
m`hai trovato nel ghiaccio esterrefatto
della famiglia bella e sorrisi col ritratto
sornioni di giorni passati segni e brumosi.

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