"poesia" yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: ottobre, 2016

i peti che salgono

mai frequentato salotti.
il mio l’unico vissuto
è open space
aperto solo a me
ai miei cari:
non sono snob.
mi preme la privacy
ed il buon senso.
sono italiano
per ius soli
non forma mentis.
per gl’infamanti
mi dispiace
alquanto. bastardo
tanto quanto.

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poesia per il sano eccentrico

se potessi scegliere
non sceglierei.
scelgo
tra quello che mi è dato-
poco. o molto. costretto,
dagli occhi dipende.
scelgo tra un lavoro
da dipendente
ed un lavoro da padroncino.
tra un contratto terminato
ed uno che terminerà.
la partita aperta
si chiude.
tra un bagnoschiuma
con molta schiuma
ed uno con tanta schiuma.
tra una macchina ed un
suv.
tra un televisore piatto
ed uno ultra hd.
tra il supermercato
ed il discount.
tra lo slow food
ed il junk food.
tra non votare
ed il votare l’identico
allo specchio,
male
speculare.
tra la destra che farebbe la liberista
e la sinistra che farebbe la liberale.
tra la destra che spende e spande
e la sinistra che è più a destra
della destra, non difende.
tra l’indifferenza
e lo stalker.
scegliere tra il bar
ed il pub.
tra la propria lingua terminale
e quella dell’occupante mentale
e del capitale.
scegliere tra la bibita velenosa
con lo zucchero
e la bibita velenosa
senza
zucchero.
tra il biologico illusorio
e il non biologico
che sembrerebbe sotto controllo.
il vegano asfittico
e la carne gonfia di liquido
il celiaco inventato
ed il pane al latte
scelgo di non scegliere.
il massimo al minimo.
come
non credere.

il cittadino

le statistiche
non si vendicano
non son uomini
che odiano.
le statistiche
sono tutte le genti
che non salgono.
i pochissimi
che ridono.
quelli che mai
c’han pensato
quelli che han mollato
e non vogliono.
le statistiche
occorrono al potere
per non sembrar cattivo
mettono il bavaglino
allo sbranato cittadino.

serenità tombale

migliaia di ore
perdute a bere ed altro
tutto il tempo buttato
non torna.
neppure il tempo
impiegato bene.
non tornano i cari
i momenti belli
quelli brutti.
tutto si rifà
con una variazione
minima
e sempre
col minimo
errore
il tempo si perde
o ti fa perdere.
è la stessa cosa.

proliferazione

mantecando il già
visto. il presente
che è l’eterno passato
rimanente. ed incrosta,
ci porta via tutti
mannaia.
a colpi, rigurgiti.
ma tutt’assieme
acceleriamo, al buio
occhi deconcentrati
al chiagni e fotti.
allegramente.
al massacro opprimente.

tanta tanta paura

i miei datori di lavoro
son le nubi
ed il passero che ha fatto il nido
ieri
nella casetta di legno
sul fico potato
lo pretende ottobre,
spaventapasseri nei campi di zolle
miei lumi.
non fumo
quindi non posso darmi più
arie della media
e accondiscendo:
l’ho imparato invecchiando.
non ho paura di invecchiare
a diciotto anni ero terrorizzato
eppure son qui
con i capelli sempre più bianchi
e posso ancora guardarmi allo specchio
senza particolari rigurgiti
avvertire.

sommuove il suolo

astratto a volte
altre m’attacco alla vita
come sanguisuga
fremo. freno nell’intimo
perché non selvaggio.
amo nel piccolo
perché romantico e uso.
uso per il piacere
di crescere assieme.
gesticolo per non sentirmi
solo e bacchettare nel sedere
l’eremita che mi sceglie
mi commuove, mi sommuove.
sono creatura delle terra
d’un pensiero . di tutto
un poco, esubero
ma prevale sempre
la terra. a mio modo. vinco.

politicamente

(da consumarsi preferibilmente

coll’ “andante mosso, quasi allegretto”

della Quinta Sinfonia di Sibelius)

 

felice?
soddisfatto?
raggiunto, arrivato?
non ricordo
a memoria.
accenno mordo
non concordo, vivacchio, scordo:
miete l’ufficiale, schiavizza
ad onor del non vero
non si sopravvive
ad esso se non mediocremente
non vivendo.
per questo
scrivo:
non m’arrendo.

copia mia

labili sguardi incostanti.
delicati, aspri.
a vederli
tutt’assieme
avrebbe misura
l’insieme.
se l’universo
limiti avesse
quegl’occhi
a picco non colerebbero
anche per lo screzio.
e sarebbero specchio
dell’anima integerrima
pura. ma la purezza
è una chimera
ed il vuoto
non ha colmo.

mio fiore piccino

il bimbo cade
si rialza
piange
incerto
ma la vita potente
incalza.
capita che la fronte
s’apra nel bernoccolo
più gigante
capita l’improvviso
capogiro.
cade il bimbo
poi si leva:
l’errore incomincia
si palesa
distesa si fa
in questo mare
d’attesa.
poi s’imparerà
logica o no,
troppo male
non farsi.

allettante

nobilita l’uomo
il lavoro, si sostiene.
economisti
pontificano la fine del paese:
i romani sono stati grandi
ora siamo molli sfigati individualisti
la grandeur d’un eterno passato
scomparso:
dovremmo rimboccarci le maniche
darci da fare
lavorare di più
e meglio, come i cinesi.
crogiolarsi nel passato
ci ha resi corrotti
rammolliti
e scansafatiche. i romani
veramente grandi
ricordati remoti
ritornati illusioni.
una costante, crescente emigrazione
ci sta privando
delle menti migliori:
restano qui
solo mantenuti
e asfittica rendita
sanguisughe, metastasi
di furbi e scaltri, approfittatori.
ci sono tutte le caratteristiche
del fallimento imminente:
contrazione demografica
invasione di immigrati
criminalità, corruzione
burocrazia asfissiante
economia sommersa imperante.
la tecnologia semplifica la vita
la rende leggera, tollerabile
tuttavia ci priverà
di ciò che non c’arricchisce
di ciò che vorremmo ci nobilitasse:
il lavoro
sarà la vera merce
rara
il nuovo discrimine
la fine sanguinosa
delle supposta democrazia
di non votanti
della libertà strana
di cui ci sentiamo inconcludenti
complici.
si toccherà il fondo
si scaverà
si rimbalzerà forse
per tornare a brillare
e comprenderanno
i gravi errori commessi
i figli nostri
ci perdoneranno
con un sorriso lieve lieve
e buono.

commedia dell’arte

per quello che sei
inumano e stanco
e tutti quei pezzi
che non hai voluto o saputo
cantare. i primi
perché cerchiamo sempre
l’assolo
perché vogliamo la storia
ai nostri piedi
piegare spazio tempo
ai nostri voleri.
poi l’orchestra
perché la solitudine brucia
e siamo
animali da palco
osceno:
arretrati
e volenterosi.

tutto bene

si gioca
a fare i duri
i forti
i puri.
la gioventù si brucia.
una volta sola
e poi non resta
che il rimpianto.

perdurante

i fratelli a volte
non s’assomigliano per niente.
non è una battuta
non è un’eresia
né una bestemmia.
è la combinazione del caso.
due estranei
conviventi, marito e moglie
come il matrimonio.
l’illusione della crescita
della socialità.
della sviluppo.
ed io credo
nel progresso
non nella crescita.
io credo nel progresso
non nello sviluppo.
tutto si paga
o niente.
dipende dalla gente.

aggiustaggio

quando rompi
aggiusta che il tempo manca
amori non restano
cari mancano.
quando rompi
incolla di sentimento
che il tempo manca
quel poco serve
sarà memoria
studio, conforto.
quando rompi
fissa, stropiccia
stupide iridi, stupefatte-
quando non sono malefatte
non sono. mancheranno
alle generazioni
come corpi.
incerto futuro
anche dei morti.

taumaturgo

parli forbito
ma non hai mai capito un cazzo.
come un pavone
colle mani ancheggi
e non freni la lingua
coatto, stupido cialtrone.
eppure hai frequentato i baroni,
i tuoi ipotetici amici
colonne di libri
qualcosa hanno impresso
in quello sguardo da fesso.
cravatte in tinta
pantalone e calzature
di caimano: uomo
scaltro
non ti unirai agli altri
nel costruire
quel che pensi d’essere
non sarai
se non l’opposto
del gruppo.

trenodia

spudorato grigiore
neutro risultato
cuore spopolato
fatica e sudore.
negli alti, nei picchi
nelle vetrate grigiore
nel rasente, negli sprofondi.
grigiore negli attacchi
nei rilasci. ed ancora
fatica, sudore.
tutta la vita
invincibile si crede
non è malumore.

tamburo battente

i censimenti
non sono mai congruenti
e gli accidenti
non sono mai totalmente
soli. ci si annoia così tanto
ad esser felici?
e gli istanti galvanizzanti
eccitanti
sono attimi stanchi d’eterno
malessere? quando senti
le carni altrui
assalirti
morderti il collo
succhiarti il midollo
meglio concentrati
e ritieniti
straordinariamente fortunato
esterrefatto basito
ponte di vita.

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