poesia yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: ottobre, 2013

melancolia

malinconia di gazze arroganti, merli

malinconia cento mille volte e più

non tra quattro mura odorarla, ma

nel soleggiato muricciolo con le grida

attorno, urla sguiate e folli, subirla;

precipitarsi fuori, sotto alberi disadorni,

masticare i vuoti, sentirli immoti.

ricominciando da bambino i silenzi

e rinunciando da adulto i pensieri.

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aspettativa dolorante

l’estate defilata, autunno inoltrato

pare primavera. l’inversione è acceso divertimento,

burla. figlierà dolore l’alta aspettativa.

la stagione del risentimento

ancora il primaverile tepore

ma non è primavera, è illusione

come buoni attardati propositi.

ora, per ricordarsene c’è

un nuovo inaspettato bocciolo.

farà la fine del ghiacciolo.

fuori brucia la terra, tutti giù per terra

perduta innocenza

resta arsa crusca

limatura di sole

luce cangiante,

spegnersi immatura

inebriante nota pulsazione;

il gas della cometa permane

il rosso filo che al termitaio

conduce, immota. la fuliggine

del freddo caminetto,

rimane il fantasma

della crescita, della caduta,

del cammino. a farci mille

domande col viso buttato

tra le stoviglie lorde,

latitano parole. sorde.

disincarnato

disincarna il sorriso

giù per il declivio

pregando un passaggio

alle povere carni

rotte d’operaio.

s’alza la fronda, ci crede

tocca il fondo, sbalza e risale

di forza, come l’elastico

traumatico.

ogni badile

ha il suo manico:

tira e molla della storia

che dall’uomo si scolla,

inesorabilmente.

il progresso non decolla.

ragno, ragnatela e voce

parla forte di te:

sento così poco

quando devo

sentirmi uno intero –

con te. senza. sospira:

ti sento così forte –

una tramontana.

è la fluttuazione

del sentimento.

sale e scende

come il ragno.

la ragnatela

te la sei portata

via svelta, tessuta

d’umiliazione

quindi bruciata.

un colpo di rossetto

te n’eri già andata.

truciolo

tepore dolce odore di paglia, a spada tratta

difendo i campi – inquilino io d’un alveare

di carni indifferenti, contrapposte.

così il passero sa d’esser parte del tutto-

la talpa, allocco, allodola, l’averla – lontano

dagli uomini, dall’odore del rancore.

protraggono fedelmente le loro memorie

nell’infinito stelo d’erba flesso dalla brezza

di miliardi d’anime antiche interrate.

così è

allenati al furto: cavalcherai

le onde sfiorando, calcando

e solcando valichi. copia la strada, vai

piano piano, con lo specchietto

regolato al massimo risultato

sforzo minimo. allenati

al solitario assolo: certo

del gruppo sul collo spesso

avrai alito, invidia, ostacolo,

ma così è fatta la vita:

ti cresce dentro lenta

con parentesi gelate

e pulsioni sfrenate.

la vita è incurabile.

ricordarsi

più ti sento vicino

più t’allontani.

più ricordo

tanto dimentico.

rimanendo solo

senza tuoi pensieri

è già ieri d’ore

che non si son mai

vissute.

fiore reciso

ebbra di vitalità calda

la giornata, ritorna la notte

alla ragione polare. si fa

soffiata canzone, sussurrata.

merita il buio carsico

il fiore colto reciso.

quarta sinfonia di mahler

or pare tutto visibile

e remoto

realmente eterno

eppure gli arti han smesso

come la candela spegnersi

il cielo imbrunire

le gioie deludersi.

e del suon dei sonagli

nel dormiveglia

è ricordo.

demenza

verso torvo, smanioso:

sono qui per te

caldo abbracciami

per tener bocca chiusa

nell’urlo.

la storia

l’enciclica terrestre

avvolge, ti respira

nutre, gli insetti

gli uccelli, le mani

nodose che hanno

modellato campi

costruito torri.

spiani gli anni, le mode,

affanni. noie e paranoie.

l’enciclica del mondo

ti cresce, albero di carni:

sali alla luce, credi e scampi-

nelle isole vieni e vai

sparigli, bisbigli. origli

numero tra i numeri.

lunga la voce

si tende, sospira

canta, s’incarta;

al fin geme

si spegne. senza

sconto: la storia

del mondo.

energia pura

la notte ha il sapore timido e terso del vuoto

spinto. sono le stelle le vagabonde

erranti che da lassù spiano, prive

di qualsivoglia fraintendimento,

a darti il significato che mai saprai:

il cervello sa forse come è fatto dentro? no.

così le stelle sono più lucenti se non conoscono

cosa le rende potente energia di fusione.

in esecuzione

tradotto solido attraverso pioggia

nebbia densa, srotolo forme

convenevoli, prologhi. tra me e me

dialoghi vespri e lodi.

quindi arrotolati come bandiera

all’alba di canto, perchè la luce

è cara, colma d’avvertimenti seri.

trasalgo in differita come anima

e come pensante subito: prima

sono etere, poi sentimento.

poi cometa. con lungo strascico.

la morte

la morte rompe.

è definitiva.

la morte non canta:

appiana

come sotto l’ascia

la pianta.

così efficace

che non c’è più

chi ne parla. tanta.

giudice sorridente

dopo pioggia il sole

dopo lacrime sorriso.

prima l’antefatto eppoi

l’azione, prima il giogo

poi il galoppo: così il giudice

ricusa l’emozione:

non c’è mai realtà certa

nella smodata

eccitazione.

dignità?

nato presto

il mattino

quando uccelli

avviano il canto.

attivato il pianto

presidia l’urlo

sempre più

sempre più…

oltre.

interludio

dei tanti

seguenti schizzi –

ingiuriosi –

di fango.

…senza titolo…

ho un attimo grande come tutto il mondo

per l’acqua ritornante (tutto ridiventa:

come il sangue dal donatore

l’ispirazione dal quadro fisso secolare

il colore dall’arcobaleno appeso, liquefatto come Dalì

le interiora in un pasto senza tempo, senza danaro) sembro

questa nuova consegna dall’alto

anche se prima o poi sarò, come regola, beato commiato-

oggi, giorno fulcro di schiamazzo temporale:

precipita l’acqua

ticchetta, preme

sulle foglie, i tetti,

idrata le rosolate marsigliesi

in fretta, picchietta;

sfiora per sua presenza

gli assi cartesiani del tempo, tormenta

per peso e sostanza.

forma corolla di puri umori fulgidi tardivi

corona turbolenta di vapore freddo, pigia sulla capoccia

calda, non fa

ch’evaporare qui: pioggia riconsegna

il sorriso candido

la mano umida di pace

che la terra da sola m’ha tolto

abbandonandomi

tra un’idea di cielo

e la radice bitorzoluta del seme nel fondo denso

ferroso, di lombrico.

ed io non sono pianta,

non dico-

anche se nessuno

crede. apparendo

e dormendo farò

l’idea che serve

a farmi ritornante

nella mente fredda.

il futuro è già un passato

mi chiamerai presto

al mattino, col sorriso forte

del vivo. avrai le mani occupate

d’amore, altro tra le gambe

sospiri e odori di seme.

pallore stupefatto

di bel creato e saliscendi

d’umori, carezze, languori.

il confronto parlerà

nuovo di cose già dette, del farò.

si perpetuerà senza troppa poesia

molto sudore, odore, calore

stridore d’occhi cangianti.

e quando pronuncerai il mio nome

sarà cammino scalzo e tronfio

nell’eternità concessa.

felicità tra le righe

sotto pressione

non c’è mai nessun volo ampio,

la carrellata è più un

piano sequenza incriccato

(la caduta lenta

è promessa, più fatto

che tendenza).

tra il più ed il meno

c’è il necessario

ed allora devi accorgerti del sole:

guarda su

guarda su

incipria gli astri

falli ancor più belli.

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