melancolia

malinconia di gazze arroganti, merli
malinconia cento mille volte e più
non tra quattro mura odorarla, ma
nel soleggiato muricciolo con le grida
attorno, urla sguiate e folli, subirla;
precipitarsi fuori, sotto alberi disadorni,
masticare i vuoti, sentirli immoti.
ricominciando da bambino i silenzi
e rinunciando da adulto i pensieri.

aspettativa dolorante

l’estate defilata, autunno inoltrato
pare primavera. l’inversione è acceso divertimento,
burla. figlierà dolore l’alta aspettativa.

la stagione del risentimento

ancora il primaverile tepore
ma non è primavera, è illusione
come buoni attardati propositi.
ora, per ricordarsene c’è
un nuovo inaspettato bocciolo.
farà la fine del ghiacciolo.

fuori brucia la terra, tutti giù per terra

perduta innocenza
resta arsa crusca
limatura di sole
luce cangiante,
spegnersi immatura
inebriante nota pulsazione;
il gas della cometa permane
il rosso filo che al termitaio
conduce, immota. la fuliggine
del freddo caminetto,
rimane il fantasma
della crescita, della caduta,
del cammino. a farci mille
domande col viso buttato
tra le stoviglie lorde,
latitano parole. sorde.

disincarnato

disincarna il sorriso
giù per il declivio
pregando un passaggio
alle povere carni
rotte d’operaio.
s’alza la fronda, ci crede
tocca il fondo, sbalza e risale
di forza, come l’elastico
traumatico.
ogni badile
ha il suo manico:
tira e molla della storia
che dall’uomo si scolla,
inesorabilmente.
il progresso non decolla.

ragno, ragnatela e voce

parla forte di te:
sento così poco
quando devo
sentirmi uno intero –
con te. senza. sospira:
ti sento così forte –
una tramontana.
è la fluttuazione
del sentimento.
sale e scende
come il ragno.
la ragnatela
te la sei portata
via svelta, tessuta
d’umiliazione
quindi bruciata.
un colpo di rossetto
te n’eri già andata.

truciolo

tepore dolce odore di paglia, a spada tratta
difendo i campi – inquilino io d’un alveare
di carni indifferenti, contrapposte.
così il passero sa d’esser parte del tutto-
la talpa, allocco, allodola, l’averla – lontano
dagli uomini, dall’odore del rancore.
protraggono fedelmente le loro memorie
nell’infinito stelo d’erba flesso dalla brezza
di miliardi d’anime antiche interrate.

così è

allenati al furto: cavalcherai
le onde sfiorando, calcando
e solcando valichi. copia la strada, vai
piano piano, con lo specchietto
regolato al massimo risultato
sforzo minimo. allenati
al solitario assolo: certo
del gruppo sul collo spesso
avrai alito, invidia, ostacolo,
ma così è fatta la vita:
ti cresce dentro lenta
con parentesi gelate
e pulsioni sfrenate
la vita è incurabile.

ricordarsi

più ti sento vicino
più t’allontani.
più ricordo
tanto dimentico.
rimanendo solo
senza tuoi pensieri
è già ieri d’ore
che non si son mai
vissute.

fiore reciso

ebbra di vitalità calda
la giornata, ritorna la notte
alla ragione polare. si fa
soffiata canzone, sussurrata.
merita il buio carsico
il fiore colto reciso.

quarta sinfonia di mahler

or pare tutto visibile
e remoto
realmente eterno
eppure gli arti han smesso
come la candela spegnersi
il cielo imbrunire
le gioie deludersi.
e del suon dei sonagli
nel dormiveglia
è ricordo.

demenza

verso torvo, smanioso:
sono qui per te
caldo abbracciami
per tener bocca chiusa
nell’urlo.

la storia

l’enciclica terrestre
avvolge, ti respira
nutre, gli insetti
gli uccelli, le mani
nodose che hanno
modellato campi
costruito torri.
spiani gli anni, le mode,
affanni. noie e paranoie.
l’enciclica del mondo
ti cresce, albero di carni:
sali alla luce, credi e scampi-
nelle isole vieni e vai
sparigli, bisbigli. origli
numero tra i numeri.
lunga la voce
si tende, sospira
canta, s’incarta;
al fin geme
si spegne. senza
sconto: la storia
del mondo.

energia pura

la notte ha il sapore timido e terso del vuoto
spinto. sono le stelle le vagabonde
erranti che da lassù spiano, prive
di qualsivoglia fraintendimento,
a darti il significato che mai saprai:
il cervello sa forse come è fatto dentro? no.
così le stelle sono più lucenti se non conoscono
cosa le rende potente energia di fusione.

in esecuzione

tradotto solido attraverso pioggia
nebbia densa, srotolo forme
convenevoli, prologhi. tra me e me
dialoghi vespri e lodi.
quindi arrotolati come bandiera
all’alba di canto, perchè la luce
è cara, colma d’avvertimenti seri.
trasalgo in differita come anima
e come pensante subito: prima
sono etere, poi sentimento.
poi cometa. con lungo strascico.

la morte

la morte rompe.
è definitiva.
la morte non canta:
appiana
come sotto l’ascia
la pianta.
così efficace
che non c’è più
chi ne parla. tanta.

giudice sorridente

dopo pioggia il sole
dopo lacrime sorriso.
prima l’antefatto eppoi
l’azione, prima il giogo
poi il galoppo: così il giudice
ricusa l’emozione:
non c’è mai realtà certa
nella smodata
eccitazione.

dignità?

nato presto
il mattino
quando uccelli
avviano il canto.
attivato il pianto
presidia l’urlo
sempre più
sempre più…
oltre.
interludio
dei tanti
seguenti schizzi –
ingiuriosi –
di fango.

*

ho un attimo grande come tutto il mondo
per l’acqua ritornante (tutto ridiventa:
come il sangue dal donatore
l’ispirazione dal quadro fisso secolare
il colore dall’arcobaleno appeso, liquefatto come Dalì
le interiora in un pasto senza tempo, senza danaro) sembro
questa nuova consegna dall’alto
anche se prima o poi sarò, come regola, beato commiato-
oggi, giorno fulcro di schiamazzo temporale:
precipita l’acqua
ticchetta, preme
sulle foglie, i tetti,
idrata le rosolate marsigliesi
in fretta, picchietta;
sfiora per sua presenza
gli assi cartesiani del tempo, tormenta
per peso e sostanza.
forma corolla di puri umori fulgidi tardivi
corona turbolenta di vapore freddo, pigia sulla capoccia
calda, non fa
ch’evaporare qui: pioggia riconsegna
il sorriso candido
la mano umida di pace
che la terra da sola m’ha tolto
abbandonandomi
tra un’idea di cielo
e la radice bitorzoluta del seme nel fondo denso
ferroso, di lombrico.
ed io non sono pianta,
non dico-
anche se nessuno
crede. apparendo
e dormendo farò
l’idea che serve
a farmi ritornante
nella mente fredda.

il futuro è già un passato

mi chiamerai presto
al mattino, col sorriso forte
del vivo. avrai le mani occupate
d’amore, altro tra le gambe
sospiri e odori di seme.
pallore stupefatto
di bel creato e saliscendi
d’umori, carezze, languori.
il confronto parlerà
nuovo di cose già dette, del farò.
si perpetuerà senza troppa poesia
molto sudore, odore, calore
stridore d’occhi cangianti.
e quando pronuncerai il mio nome
sarà cammino scalzo e tronfio
nell’eternità concessa.