i più deboli (non vorrai mica…)

improvvisamente con un virus
scoprono i più deboli
come non ci fossero
stati mai. i più deboli
hanno la loro voce
falsificata. la loro
aura santificata.
muoiono ora
latrati dei tiggì
e morivano prima
ma prima nelle camera anecoica
colle braccia spalancate
le parole di circostanza
del fine vita.
è cambiato il predicato?
il complemento oggetto
è sanificato dall’ipocrita?
dovremmo dimenarci 
nel terrore come aracnidi
stufati? dovremmo
prostrarci alla fantascienza
della scienza statale?
avete tolto Dio per obsolescenza
ora ne abbracciate un altro?
più carnale, meno ancestrale
capovolgimento fenomenale.

non c’è piú, è venuto a mancare, passare di là…

nostra sorte comune
la morte.
immaginarla
non è dato: una postura
un black-out
un soffio a mancare
forse.
nero seppia
tunnel senza sbocco
pace o inferno
chi sa
non può dirlo
chi vorrebbe
deve aspettare:
che di bello
ancora qualcosa
ci sarà da fare.

recordare

se non v’è più istinto è perché stesi un velo d’incognite
secretai desiderio, fisiologiche. è stato ciò
che si dimenticò tra i bisbigli della storia
perduta memoria. forse è stato sbaglio.
e tentato tentativo, certo. abbaglio.

pensierino morboso

nota a margine: barlumi baluginanti
fra migranti e astanti, siam stati
bastando, non ingombranti
nostalgia d’esser passati
decisivi non più, sfilacciati
bearsi d’ineffabili presenti
rassegnati, così siam assai
inefficienti, parenti ripetenti
dei già apparsi immortalati
assenti.

esser più vivo

chiusi pugni, assetati di coscienza
nell’acidula frontiera dell’imperizia:
rovello che non esplode brillando
cresce negli ampi margini
negli interstizi dei farò, ci penserò-
implode desautorando.
nelle strette crederò poi così d’esser più vivo
vegeto. tamponando.