poesia yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: marzo, 2014

uno scambio

e se i campi a maggese

non bastassero, cadrebbe

a pennello un viso

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nostro inverno

la pazienza non è mai troppa

mai abbastanza. se io ne ho tanta

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difetti in buona fede

piedi larghi, dermatiti, pancetta

(gli piace tanto il buon cibo)

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dilaniato povero me

oggi sono dilaniato tra il pensiero

rivolto alla rosa in giardino

e a ciò che penso in salotto

di me stesso, strafatto di pollini

e nostalgia. senza occupazione

e distratto dalla gazza barbina sfido le mani

al prossimo intarsio, c’è così tanto

divario fra il mondo e l’unico personaggio

che conosco a fondo. colui che fa come il salmone

rimane marmo, imperterrito eterno

sfiamma, luccica ed il sublime accarezza.

noia tutto resto, anche qui

senza sbattimenti e varie ed inermi.

augurio estivo

s’intreccia una freccia

un’altra dietro questa

fine che non finisce

dolore che sfinisce

.

ho pensato alla pace eterna

come ad una chimera

ruota deludente

logica svilente

.

ora che mi sono tolto le scarpe

ed i calzini umidi

mi sono ricordato che non c’è scadenza

continuandola la vita

allungherai la sua

quel tanto che basta

per non vergognartene.

susseguirsi

memorizzo la forma, i colori dei fiori

è inverno, non c’è spazio per la frenesia della vitalità-

nella stagione fredda i fiori sono la mia vigorosa stufa a carbone.

confermo e riconfermo i petali, uno ad uno, come scrigni

annuisco divertito al polline fresco, dolce

che mi scava idee nella testa fredda, umida.

senza  fiori come farei a passare vivo l’inverno?

memorizzo quest’esplosione di vita consegnata alle api zampillanti

con idee fredde, febbricitanti, non c’è via d’uscita:

segue sempre alla deflagrazione un silenzio assordante.

riaccende la luce

accende la luce

un cuore di silenzio

scolpito nel tempo

incanta il luccichio

di fotoni sfarfallio

lucenti su boccioli

mezzi dormienti

e l’odore dell’esserci

nei tessuti, cortecce

e osmosi silenti.

si chiama vita

si rincorre, mai ferma:

al centro c’è la voce

ma non c’è parola

la coscienza della terra.

saggezza infranta

porta consiglio la notte

anche se non c’è libertà vera

nemmeno nel buio pesto.

scavalco le tue onde notte

che possa risvegliarmi

tra luci che più

ne sappiano.

arriverà la primavera

si sfa la pensosità

dell’albero, morbido

rallenty, s’increspa

s’intarsia di vita

la corteccia del rugoso

tronco, grand canyon

di vivo verde, giulivo-

s’attenua il sonno

perchè ricominciano le cose

da dove han lasciato

profondo solco.

fame

inoccupato esperto

ricerca solida occupazione:

con ingegno, senza

tempo occupato

compilar l’assegno

famelico. con lena

privi di rimborsi, pena

tornar nella catena.

turbinio e catalessi

cincischio di merli

turbinoso sconquasso dell’auto

ed in mezzo tutta la terra

e le radici profonde, mistero.

non ci sono bambini a rivelarlo,

il mistero, perchè? c’è troppo silenzio

nel tempo fulgido

del preludio ai fiori, al tepore

della rinascita. c’è troppa omertà

nella gioia, perchè?

La dimora del tempo sospeso

Non potendo cantare il mondo che lo escluse, Reb Stein cominciò a leggerlo nel canto.

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Essere altrove da memoria trafitta / come nube leggera di gravità arresa . / Essere pensiero bisbigliante e concavo / di pace bramosa in stallo fra le risposte. ©Runa

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